BE COOL - FILIPPO NOVELLI e MARCELLO TRENTINI - CHEF STELLATO ONE APPLE

25 luglio 2018 19:00 - 02:00
ONE APPLE Via Annibale Lovera di Maria 1, Torino
BENEFIT
ACCREDITO OBBLIGATORIO
Aperitivo € 15 oppure € 25
DESCRIZIONE

Be Cool - Filippo Novelli e Marcello Trentini 1 Stella Michelin (Magorabin) 

L'ultimo appuntamento imperdibile prima delle vacanze, al One Apple!

Ospiti di eccezione: #BECOOL si parte dall'aperitivo... Protagonisti della serata? 

Marcello Trentini, 1 Stella Michelin - Chef Patron Ristorante Magorabin 

Filippo NovelliChef della squadra italiana vincitrice della Coppa del Mondo della Gelateria 2012, vanta una lunga serie di riconoscimenti prestigiosi: Premio Promessa della Cucina Italiana, finalista nel 2010/2011 al consorso “ il miglior dolce alle nocciole d’Italia Cortemilia”, maestro del gusto nel 2009/2010 e nel 2011/2012. Oggi, lo trovate nel nnuovissimo laboratorio della cioccolateria La Perla Di Torino, come Responsabile.

A partire dalle ore 19.00 Doppio Show Cooking di Marcello Trentini e Filippo Novelli. Attenti a quei due!

BE COOL FORMULA APERITIVO: Finger Food Stellato e Gelato alla Mortadella, Calice di Bollicine Ca D'or + 1 drink a scelta € 15 

BE COOL FORMULA APERITIVO GOURMET: Piatto stellato by Chef Marcello Trentini + Dessert a base di gelato al gianduja, polenta, limone e peperoncino + Calice di bollicine Ca D'or € 25

IL PIATTO STELLATO: "Risotto bloody mary con gelato di mozzarella di bufala" 

Dj set by TONY B. No stop Music fino alle ore 02.00

Con THE TIPS, accreditati all'evento.

 

 


PERSONE CHE PARTECIPERANNO

Filippo Novelli e Marcello Trentini, 1 Stella Michelin: Attenti a quei due.

Filippo Novelli, chef torinese classe '69, a lui si deve la creazione del dolce unico per forma e gusto che sta riscuotendo successo quasi in ogni angolo del mondo: il sushi-gelato. Superate le difficoltà iniziali di un settore che, soprattutto in Italia, si apre raramente alle novità del mercato, dal 2014 il sushi-gelato si sta imponendo come nuovo protagonista della gelateria internazionale, capace di conciliare sapore ed estetica in un risultato di grande impatto. "Ho voluto unire l'eleganza asiatica alla tradizione italiana", ha spiegato ad HuffPost Italia il suo ideatore che, da allora, ha tenuto oltre 140 corsi in giro per il mondo per insegnare la tecnica di preparazione e la filosofia che stanno dietro al suo gelato.

Quello di Filippo Novelli, in verità, è un nome noto da tempo negli ambienti della pasticceria internazionale. Dopo una lunga esperienza nelle più diverse realtà lavorative in Italia e all'estero – "dalle strutture che ospitano matrimoni con 600 persone fino all'alta hoteleria, dalla trattoria fino al ristorante stellato" – nel 2012 ha infatti fatto parte della squadra vincitrice della Coppa del Mondo della Gelateria, uno dei concorsi più importanti e prestigiosi del settore a cui ambiva fin da ragazzo. "Chissà che una volta non riesca a concorrervi", pensava guardando sulle pagine di "Pasticceria Internazionale" le pièces in cioccolato o zucchero con cui gareggiavano i più grandi maestri d'Europa. Da allora, Novelli ha sempre usato il suo tempo libero per studiare e fare le prove "passando le notti dentro i laboratori anziché andare a ballare con gli amici". E il riconoscimento, giunto dopo una vita di impegno e un ultimo anno di allenamento a tempo pieno – "c'è una prima fase di studio a tavolino per la decisione dei gusti e del design; solo dopo si inizia a creare: la mia squadra ha presentato in tutto nove composizioni sul tema "i frutti del mare e della terra" –, gli ha infine dato la notorietà e la sicurezza giuste per tentare di imporsi sul mercato con una nuova idea tutta sua: il sushi-gelato, appunto.

Ispirato dalla moda alimentare degli ultimi anni ma, soprattutto, dall'estetica giapponese di cui Novelli apprezza i tratti sobri e mai ostentati, il sushi-gelato dà dunque nuovi colori e nuove forme a una tipicità tutta italiana senza rinunciare, allo stesso tempo, a compiere una piccola rivoluzione di sapori: così, ad esempio, il cioccolato si unisce al wasabi, il the verde diventa gelato, e al posto delle uova di salmone troviamo uova ripiene al succo di arancia o melograno...

Negli ultimi 5 anni, Filippo Novelli ha avuto l'opportunità di viaggiare in tutto il mondo chiamato da molte aziende del settore che hanno apprezzato l'originalità e la qualità del sushi-gelato: a tutti gli effetti un esempio di eccellenza del genio italiano che tuttavia, come capita spesso, è riconosciuto più all'estero che nel nostro Paese. "Sono un po' un profeta in patria", ha ammesso con un sorriso lo chef che, a suo modo, si impegna così anche a "mobilitare l'ambiente un po' limitato della gelateria italiana, abituata a coni e coppette".

Recentemente ha però scelto di limitare gli spostamenti che per troppo tempo l'hanno tenuto lontano dalla famiglia e dall'orto sulla collina torinese in cui, fin da piccolino, ha cominciato a prendere confidenza con la cucina, raccogliendo i pomodori e preparando succhi di frutta e marmellate: "'Le tue mani di uomo solo uguali a quelle di tua sorella', mi diceva mia mamma, e così ho imparato presto a lavare, stirare e, sì, anche a cucinare".

Marcello “Mago” Trentini. Della biografia di Marcello Trentini si potrebbe trarre un romanzo, un racconto “Hard Boiled” tanto è dinamica, sfaccettata e piena di colpi di scena. Conviene tratteggiarne i punti salienti per comprendere le ragioni di una cucina espressiva, tridimensionale, piena di slanci, arresti e ripartenze, come poche contagiosa e senza confini.

Eppure “Mago” come ormai ci siamo abituati a chiamarlo, è integralmente torinese, imbevuto di una torinesità febbrile che a tratti si svela come un burrascoso rapporto amoroso, fatto di abbandoni, tradimenti e un romaticismo velato e ammiccante.

Marcello Trentini è nato a Torino, verso la fine del mese d’agosto del 1971, assieme a Felix da Housecat a cui lo accomuna la passione per la musica, e cresce con un papà geometra assai poco convinto che presto si dedicherà alla sua vera vocazione, la rappresentanza d’abbigliamento, e una mamma insegnante: due componenti indispensabili nella formazione del piccolo Mago, tra l’esuberante creatività da un lato e l’amorevole rigore dall’altro.

È proprio in famiglia che la cucina viene vissuta con un tocco ludico, quasi un espediente per convincere l’inappetente fanciullo a mangiare divertendosi, e partecipando alle preparazioni con immaginazione e leggerezza.  L’adolescenza sposta il centro di gravità di Marcello lontano dal quartiere borghese dove vive, in un’area “calda” della Torino di quegli anni, dove il bravo ragazzo cede il passo ad un adolescente dal carattere burrascoso che impara a difendersi e destreggiarsi in un’ambiente tutt’altro che dorato.

È poi al liceo che le strade dello studio e del futuro chef si dividono definitavamente, e solo con strappi e riprese all’ultimo che arriva alla maturità artistica. Ma è fuori della scuola che le esperienze più colorate e colorite formano il carattere ruvido e incline al conflitto del giovine Mago. La cucina è ai margini della sua vita, anche se è quello che risolve il problema del cibo nelle più varie situazioni perché è quello che “sa cucinare” e in pochi istanti è in grado di imbastire una cena con quello che capita.

Non a caso subito dopo la maturità si irretisce dell’esperienza degli elfi di Gran Burrone, tra le cui fila scompare per molti mesi, a scoprire il mondo senza tecnologia di quegli anarchici pittoreschi: a lavorare come muli, ma anche – ovviamente – a cucinare per la comunità.

Ma il vero approccio con la cucina è durante il servizio civile a cui viene richiamato come tecnico: non avendo però alcuna competenza nel campo finisce in cucina, a spadellare enormi quantità di cibo in un circolo dopolavoristico della città. È lì che scopre che cucinare gli è facile, quasi automatico, e comincia a nascere in lui il desiderio di una professione: anzi da qualche parte visualizza l’idea di un locale “suo”. Con caratteristiche visionarie, legate al momentaneo innamoramento per le filosofie orientali: ma già vivo.

Inizia così una lunga peregrinazione in giro per il mondo, con una piccola valigia con una giacca bianca e tanta voglia di vedere il mondo: quasi un pretesto per lavorare alla giornata il tempo necessario per acquistare un nuovo biglietto per un nuovo viaggio.

Alla fine il richiamo di Torino è irresistibile, e coincide con una (parziale) moderazione delle spinte ribelli del Mago: l’occasione è una enoteca con uso di cucina nella quale ha totale libertà di movimento e in cui sperimenta le fatiche e le gioie di una cucina di cui ha il controllo totale.

Inevitabilmente arriva il momento in cui le mura di un locale di terze persone diventano troppo strette: ed è il momento in cui il Mago incontra Simona, l’altra sponda del progetto che si chiamerà Magorabin.

Marcello e Simona rilevano una vecchia trattoria che faceva una cucina bislacca e squinternata dal vago sapore toscano, la ristrutturano completamente impegnandosi a fondo con una montagna di cambiali, e nel 2003 aprono il “loro” ristorante. Ma li aspettano momenti durissimi: la clientela della vecchia insegna si perde, e il nuovo ristorante “creativo” stenta a trovare spazio nel cuore della città: i due si stringono e si induriscono sotto le difficoltà di mesi e anni di ferro.

Poi la svolta: il Mago ha una propria voce, sicura e personale, e viene notato da un responsabile Slow Food. Si organizzano delle cene che vengono ripetute per il grande gradimento anche per le idee iconoclaste con cui vengono stilati i menù “al contrario”, con i carboidrati alla fine. Il Magorabin acquista così una certa notorietà e viene segnalato dalla Guida L’Espresso.

È il momento di scoprire le carte, e il Mago avanza la richiesta per entrare nei JRE, ma per ben tre anni resterà nel purgatorio dell’attesa: alla fine entrerà in modo rocambolesco, e sarà il primo riconoscimento vero della cifra stilistica della sua cucina. Nel 2009 la targa dei JRE viene appesa accanto alla porta del Magorabin. Marcello e Simona si sono finalmente sposati e non hanno paura di affrontare nuovi investimenti: il ristorante si ingrandisce e si rinnova, riceve finalmente la visita del primo ispettore della mitica Guida Rossa Michelin. Il 2010 sarà l’anno della fatidica Stella Promessa, che apre un biennio di patemi e rimandi, speranze e delusioni e terribili mortificazioni, fino al 2012, quando arriva lafamosa richiesta per la taglia della giacca. È stella.

Da allora la parabola di Marcello “Mago” si impenna, e il vortice di impegni prende piede fino a livelli di guardia: tra grandi conflitti e grandi ambizioni la birgata di cucina si evolve, condotta con caparbia coerenza alla produzione di un numero infinito di piatti e infinite variazioni negli stessi, tanto che è improbabile mangiare due volte la stessa pietanza. Le esperienze si assommano alle esperienze – il Salone del Gusto, la Danimarca, Hong Kong, la Russia, l’Italia in mille modi. Oggi Marcello è uno chef impegnatissimo nella divulgazione della sua idea di cucina nel nostro paese e all’estero, senza dimenticare quella torinesità di cui è figlio.

Alle porta la nuova rivoluzione: sta per essere varato il Nuovo Magorabin, un’operazione che trasferirà il locale di Corso San Maurizio nell’orbita delle Grandi Tavole internazionali, in cui la cucina del Mago si consoliderà in un respiro d’altura, sia dal punto di vista del design che del servizio. Un progetto sfavillante di cui a breve si potrà comprendere la profondità e l’ampiezza.  

Ca d'Or. Una bottiglia in vetro lucido ed opaco, spezzato da lustri tagli, per scoprire i preziosi colori dei nostri vini, tagliata dal filo della nobile maschera che assume varie colorazioni, in base alla diversa tipologia dei nostri prodotti.

La bellezza della sua forma che scorre nelle sue linee, dando un’interpretazione in chiave moderna delle antiche ampolle veneziane.

La sua funzionalità durante il processo di affinamento sui lieviti in Cantina, una volta che il prodotto viene versato nel flûte, finita la sua maturazione. La maggior superficie di contatto tra il liquido ed i selezionati lieviti, infatti, aumenta la capacità degli stessi di cedere sostanze fondamentali per lo sviluppo del bouquet espressivo dei nostri Franciacorta e di conseguenza di migliorarne l’aspetto sensoriale gusto-olfattivo. La base ampia, poi, è studiata per essere contenuta totalmente all’interno di una mano di piccole dimensioni e l’allungato collo migliora sia la velocità di uscita del vino, sia la possibilità di versarlo, con estrema eleganza, nel flûte.

La magia e l’eleganza della sua decorazione. In evidenza, alla base del collo, la data 1501, marcata a rilievo sul vetro, a ricondurci alla lunga cultura, storicità e tradizione del marchio Ca’ d’Or.

Il nostro logo nasce dallo studio di tre aspetti fondamentali propri della nostra azienda: bellezza, utilità e raffinatezza, a cui abbiamo deciso di aggiungere una magica decorazione, una maschera nobiliare, simbolo di mistero ed eleganza, per ricordare le nostre origini di cultura e tradizione e l’arte del decoro veneziano del vetro.

 

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